venerdì 25 settembre 2026

Un totem l'auto, un tabù la bici


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L'Europa è ripiombata in una delle periodiche crisi provocate dall'innalzamento del costo del petrolio. D'altra parte ne produciamo poco e dobbiamo importarlo quasi tutto. 

La cattiva novità è che le varie guerre non hanno solo ridotto la disponibilità della materia prima, ma anche della capacità di raffinazione... Capacità di raffinazione che l'Europa ha comunque visto declinare, per cui quando è entrata in crisi quella straniera, sia benzina che diesel sono andati alle stelle, toccando vertici mai visti prima, con l'ondata di inflazione connessa (sulla quale, ovviamente, molti ci marciano). 

Vista l'entità degli aumenti non è pensabile ridurre le accise per compensare gli aumenti, e quindi un incubo per qualunque governo, ma in particolar modo per quelli che hanno un approccio identitario.

Da tecnico di bassa sensibilità mi sarei aspettato alcune azioni generali di contenimento consumi e costi come la riduzione della velocità sulle autostrade e la tanto sospirato introduzione del limite generalizzato dei 30 nei centri urbani. 

Chi ha provato a dire qualcosa di razionale sulla questione del costo dei trasporti è stato il nostro Gualtieri, che notava come la cifra allocata per dare un temporaneo e marginale sollievo ai prezzi del diesel sarebbe bastata a dimezzare il costo del trasporto pubblico in tutta Italia.

Per quanto mi riguarda ho registrato che nessuno ha pronunciato la parola "bicicletta", magari facendo notare che avendo speso parecchio per realizzare piste ciclabili (non abbastanza ma neanche poco) il momento sembrava conveniente per saltare in sella e azionare i pedali. 

Ma in Italia non si può dire alle persone di andare in bicicletta perchè non si possono permettere di spostarsi in auto. 

Questo significherebbe abbattere uno dei totem sociali più forti della società italiana, ovvero lo status di possessore/utilizzatore di auto. 

Un governo, un governatore, un sindaco che dicesse una cosa del genere attirerebbe su di sè l'onta del fallimento, anche se solo per il merito di aver portato finalmente in tribunale i libri contabili di una società talmente impoverita da non potersi più permettere gli spostamenti in automobile  (Intendiamoci, l'automobile è una grande invenzione, che prima ci ha regalato la libertà, ma poi, usata in modo compulsivo, ci ha tutti reso vittime del suo successo).

Il secondo tabù che non può essere violato è invocare l'uso della bicicletta, cosa che infatti a livello istituzionale praticamente non accade mai.

Mi ricordo intere campagne ministeriali contro l'obesità giovanile capaci di ignorare l'elementare pratica di raggiungere la scuola in bicicletta. 

È anche campagne per la forma fisica della seconda e terza età che propagandavano  occasioni di movimento tra le più improbabili senza mai nominare l'uso della bicicletta... 

Le ragioni sono varie. 

Molti sono coscienti che l'aumento dell'uso della bicicletta significa dover condividere le strade. 

Altri però,  e secondo me sono di gran lunga i più numerosi, coltivano un"aristocratica" avversione ad un modello di trasporto per poveri (non hanno mai comprato una bici ad alte prestazioni) che non permetterebbe ai ricchi di distinguersi dal volgo (nonchè di esercitare versioni moderne di sopraffazione sociale e individuale tipiche della macchina di lusso). 

Mi consola però che, malgrado la congiura istituzionale, i numeri di ciclisti che vedo per strada sono in continuo aumento. 

Già cominciano a formarsi code di ciclisti ai semafori della pista della Nomentana... 

domenica 20 settembre 2026

Piste Utili, Belle, Ciclobimbi... E quelle inutili


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La (triste) vicenda della pista di Via Panama ha innescato una serie di scambi di idee sull'argomento delle piste ciclabili, e della differente prospettiva con la quale possono essere considerate. 

Ora proprio la pista di Via Panama è una specie di casus belli, un esempio estremo di pista che può essere valutata con metriche differenti... Però mi ha colpito una cosa, un'osservazione fatta da un amico, ovvero che si dovrebbero fare solo "piste utili". Ovviamente la comunità ciclistica non può che concordare... 

Come ho detto in un post la pista di Via Panama, nella sua concezione originale, era una "Ciclobimbi" con valore tasportistico negativo. Cioè percorrerla ti faceva perdere tempo rispetto a seguire la strada. 

E qui introduciamo la distinzione funzionale che io uso per classificare le piste:

Utile: una pista che collega due punti con un tracciato uguale o migliore di quello automobilistico. In termini di distanza e fondo della strada.

Bella: una pista che non sia utile, con un fondo buono, ma che sia piacevole da percorrere, tipicamente per la bellezza dei luoghi che tocca. 

Ciclobimbi: una pista diversa dalla utile e dalla bella,  la cui funzione è segregare le bici dalle auto per raggiungere condizioni di sicurezza a costo di dover limitare la velocità per il fondo sconnesso o penalizzare l'efficienza del percorso. 

Inutile: ogni pista che non sia utile, bella o Ciclobimbi. Non so se esista. 

Ovviamente abbiamo una valenza locale della classificazione Per esempio il GRAB è una pista bella ma che può essere localmente utile,  così come una Ciclobimbi può essere localmente bella. 

La Nomentana è di principio utile, ma a causa del fondo e dell'attraversamento pedonale di Viale Regina Margherita è al limite della pista bella, mentre dopo la Batteria Nomentana diventa bella, e solo localmente utile, a causa dell'inefficienza del tracciato. 

Altrettanto la pista della Colombo non può essere classificata come utile. É una pista bella a causa dei ripetuti (e francamente immotivti) attraversamenti della Colombo e del fatto che invece di continuare verso l'EUR scende alle Tre Fontane "e lì ti molla". Ciò non toglie che possa essere localmente utile per chi viene dalla Laurentina. 

L'esperienza insegna che il 98% delle piste utili si fa solo se si toglie spazio alle automobili. 

Infatti per parte mia il PNRR avrebbe dovuto puntare ad una rete di piste Utili, anche convertendo l'uso di spazio automobilistico (sia circolazione che parcheggio). 

E anche il biciplan romano avrebbe dovuto prevedere pite ciclabili su tutte le consolarti e tutti gli "stradoni" (Olimpica, Fiorentini, etc.), e un certo numero di anelli tangenziali. 

Invece si è andati molto sulla dimensione locale, sono saltati alcuni anelli fondamentali e adesso Patanè stacercando di correre ai ripari. Meglio tardi che mai. 

Speriamo che si sbrighino perché la conversione alla ciclabilità bussa alle portiere, checché ne dicano gli automobilisti


martedì 15 settembre 2026

Un grande pomeriggio a Roma


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Beh... Roma non sarà incredibilmente Ciclomobilistica, ma occorre dire che si sono accumulate tante novità in fatto di cicloturismo da renderla un posto veramente interessante. 

Domenica scorsa mi sono trovato impigliato in un intervento domestico non pianificato e così è saltata l'escursione fuori città, nello specifico Castel Gandolfo più bagno,. 

Essendo a settembre tutta questa smania per il solito giro non c'è l'ho più e quindi, facendo di necessità virtù ho fatto un giro per Roma guidato solo dalla voglia di godermi gli splendidi colori del pomeriggio e l'aria che è tornata a temperature confortevoli. 

Prima tappa: allenamento gravel a Villa Ada
Per cominciare sono entrata Villa Ada con l'intenzione di proseguire per Monte Antenne. Ho trovato la Villa quasi deserta e quindi mi sono lanciato in un allenamento che è durato per circa 12 km, fino a quando la villa si è ripopolata in misura tale da non poter più tenere i venti su piano... Beh, Villa Ada mi pare l'ultimo pezzettino meridionale di Tuscia, ed è un ottimo riassunto del tipico gravel... 

Seconda tappa: Monte Antenne
Da Villa Ada non puoi non passare a Monte Antenne. Purtroppo avendo le gomme da strada non mi posso, o meglio non ho provato, ad arrampicarmi per i sentieri, ma ho ripiegato sulla strada. 

Ovviamente il bel Monte Antenne per-campo Rom non esiste più, ingoiato dal degrado. Ed è morta anche la Pineta, sopravvissuta al campo rom ma prima falcidiata dagli incendi e infine colpita da quella cocciniglia nera che ha ucciso almeno l'80% dei pini del Lazio. 

Il parco però è stato bonificato, almeno un poco, e i nuovi alberelli stanno crescendo. I piccoli Lecci reggono in misura maggiore dei piccoli pini. Curiosamente sul fianco Nord-est sono sopravvissuti solo gi alberi tra la strada e il centro, mentre quelli tra la strada e la scarpata sono tutti morti... Proprio dove gli alberi non ci sono mai stati. 

Comunque dalla cima, nell'aria limpida, c'era una vista meravigliosa sul Soratte, solo quella valeva la pena della gita. 

PS. : anche l'anello dei Monte Antenne va bene per allenarsi. É quasi sempre poco frequentato ma il fondo è così ostile ai pneumatici che non mi azzardo a farci più di un giro. 

Terza tappa: Parco d'affaccio dell'Acqua Acetosa
Questo parco  una delle nuove meraviglie di Roma. 

Arrivarci con la bici lato Monte Antenne non è facile, si sottopassa l'Olimpica in uno di quei sottopassi poco raccomandabili le cui rampe stanno tornando preda di rovi e immondizia. 

Il parco è già bellissimo, ma è iniziata una nuova tornata di lavori che lo amplierà verso Nord fino alla Salaria, ed è stata realizzata una nuova rampa di accesso sulla banchina per arrivare dietro il centro commerciale. 

Inoltre hanno cominciato ad installare giochi per bambini (era ora), panchine e sdraio per prendere il sole. Infine una serie di trutture di legno che sembrano strutture per enormi altalene per adulti... Chissà cosa ne verrà fuori! 

L'attraversamento del Tevere sul ponte dell'olimpica (Ponte Milvio) 
Seguendo le rampe del parco si raggiunge il Ponte dell'Olimpica e di lì, con un tratto quasi regolare, ci si può immettere nella Pista del Tevere, collegando così con un percorso buono anche per le bici da corsa (a parte lo scalino del marciapiedi) la pista della Moschea con la Pista del Tevere. 

Quarta Tappa: il parco d'affaccio di Ponte Milvio
Diretta la bici verso Roma supero Ponte Milvio e mi accorgo che è stata finalmente completata la rampa in sampietrini che collega la Pista al Parco d'affaccio.

Quindi scendo e mi godo (sempre dal sellino della bici) questo altro Parco, più raccolto del precedente ma altrettanto confortevole. Tra l'altro si è rimesso egregiamente dalla piena del Tevere che lo aveva sommerso... D'altra parte stare quasi a livello dell'acqua ha i suoi inconvenienti. 

Insomma anche questo potrà essere utilizzato per una sosta picnic nei giri romani dell'autunno-inverno 2026-2027.

La banchina inferiore
Invece di risalire sulla pista, proseguo al piccolo trotto sulla "banchina inferiore" fino a raggiungere il Ponte della Musica, risalendo alla pista con la rampa apposita. 

Dal basso una visione magnifica sulle "rapide" di Ponte Milvio, ed una novità rispetto a Via Capoprati. 

Quinta tappa: i giardini di Villa Mazzanti
In cerca di guai ciclistici decido di salire sino all'Osservatorio di Monte Mario imboccando la salita da Piazzale Maresciallo Giardino. 

I conoscitore della zona sanno che la salita è pura sofferenza per via del fondo a tufo protuberanze, che costringe ai 4 km/h anche a Zero pendenza (a meno non abbia una biammortizzata di classe). 

Salendo mi faccio tentare da una porticina ed entro nei giardino di Villa Mazzanti (a me prima sconosciuti) e mi prendo una meritata pausa in panchina godendomi il panorama di Roma illuminata dal solo di un pomeriggio limpido

É incredibile quanto angoli nascosti abbia Roma! 

Rientro dalla Balduina passando sotto il Vaticano. 
Ovviamente continuo la salita fino ad intercettare la pista di Monte Ciocci all'altezza della stazione della Balduina, poi mi metto in discesa fino ad una breve sosta sul Belvedere Scola per ammirare Roma illuminata e le nuvole bianche sui Castelli Romani. 

Proseguo per la pista che passa sotto il Vaticano, percorso ciclopedonale Monte Ciocci-Vaticano, per poi finire a Porta Cavalleggeri, PASA, Corso Vittorio, Piazza Venezia, Fori Imperiali, Via Cavour etc. etc. fino al ritorno a Piazza Vescovio. 

Conto chilometrico modesto ma giro da 2000 calorie e comunque bellissimo.