L'Europa è ripiombata in una delle periodiche crisi provocate dall'innalzamento del costo del petrolio. D'altra parte ne produciamo poco e dobbiamo importarlo quasi tutto.
La cattiva novità è che le varie guerre non hanno solo ridotto la disponibilità della materia prima, ma anche della capacità di raffinazione... Capacità di raffinazione che l'Europa ha comunque visto declinare, per cui quando è entrata in crisi quella straniera, sia benzina che diesel sono andati alle stelle, toccando vertici mai visti prima, con l'ondata di inflazione connessa (sulla quale, ovviamente, molti ci marciano).
Vista l'entità degli aumenti non è pensabile ridurre le accise per compensare gli aumenti, e quindi un incubo per qualunque governo, ma in particolar modo per quelli che hanno un approccio identitario.
Da tecnico di bassa sensibilità mi sarei aspettato alcune azioni generali di contenimento consumi e costi come la riduzione della velocità sulle autostrade e la tanto sospirato introduzione del limite generalizzato dei 30 nei centri urbani.
Chi ha provato a dire qualcosa di razionale sulla questione del costo dei trasporti è stato il nostro Gualtieri, che notava come la cifra allocata per dare un temporaneo e marginale sollievo ai prezzi del diesel sarebbe bastata a dimezzare il costo del trasporto pubblico in tutta Italia.
Per quanto mi riguarda ho registrato che nessuno ha pronunciato la parola "bicicletta", magari facendo notare che avendo speso parecchio per realizzare piste ciclabili (non abbastanza ma neanche poco) il momento sembrava conveniente per saltare in sella e azionare i pedali.
Ma in Italia non si può dire alle persone di andare in bicicletta perchè non si possono permettere di spostarsi in auto.
Questo significherebbe abbattere uno dei totem sociali più forti della società italiana, ovvero lo status di possessore/utilizzatore di auto.
Un governo, un governatore, un sindaco che dicesse una cosa del genere attirerebbe su di sè l'onta del fallimento, anche se solo per il merito di aver portato finalmente in tribunale i libri contabili di una società talmente impoverita da non potersi più permettere gli spostamenti in automobile (Intendiamoci, l'automobile è una grande invenzione, che prima ci ha regalato la libertà, ma poi, usata in modo compulsivo, ci ha tutti reso vittime del suo successo).
Il secondo tabù che non può essere violato è invocare l'uso della bicicletta, cosa che infatti a livello istituzionale praticamente non accade mai.
Mi ricordo intere campagne ministeriali contro l'obesità giovanile capaci di ignorare l'elementare pratica di raggiungere la scuola in bicicletta.
È anche campagne per la forma fisica della seconda e terza età che propagandavano occasioni di movimento tra le più improbabili senza mai nominare l'uso della bicicletta...
Le ragioni sono varie.
Molti sono coscienti che l'aumento dell'uso della bicicletta significa dover condividere le strade.
Altri però, e secondo me sono di gran lunga i più numerosi, coltivano un"aristocratica" avversione ad un modello di trasporto per poveri (non hanno mai comprato una bici ad alte prestazioni) che non permetterebbe ai ricchi di distinguersi dal volgo (nonchè di esercitare versioni moderne di sopraffazione sociale e individuale tipiche della macchina di lusso).
Mi consola però che, malgrado la congiura istituzionale, i numeri di ciclisti che vedo per strada sono in continuo aumento.
Già cominciano a formarsi code di ciclisti ai semafori della pista della Nomentana...
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